5 apr 2014

Rizzacazzi, Evoluzionismo e Teoria dei giochi





"Rizzacazzi" dovrebbe essere un termine tecnico. Se ne sente la mancanza. Un po' scurrile, sì, ma dotato di incomparabile potere iconico. In inglese si dice "cocktease" (letteralmente: [persona] che prende in giro il cazzo); in spagnolo "calientapollas" (scalda-cazzi); in francese - o meglio in argot -  si utilizza "allumeuse" (colei che accende - e poi lì si ferma), ma in Quebec si ritrova il più simile "agasse-pisette" (eccita-cazzi). Ebbene sì: le hanno anche all'estero.

Una rizzacazzi è invidiata da alcune donne, pesantemente criticata da altre, spesso le stesse; provoca sbalzi ormonali e frustrazioni in molti uomini; certo non passa inosservata, né lascia indifferenti. La felice etimologia già spiega egregiamente perché siano apprezzate dagli uomini, così pure perché gli stessi ne siano poi frustrati. Le donne oscillano tra l'invidiare la produzione di quello stesso effetto - ma mai lo ammetterebbero!! - e il considerare "concorrenza sleale" produrlo con analoghi mezzi e modalità.

Ma, chi sono le rizzacazzi? E, soprattutto, perché si comportano così? La psicoanalisi risponderebbe che si tratta di soggetti con problemi irrisolti di narcisismo. La psichiatria riscontrerebbe tratti - sopra o sotto soglia - di disturbi di personalità del cluster B. La psicologia evoluzionistica assume invece che se un tratto comportamentale si è diffuso debba avere comportato dei vantaggi adattivi, e si domanda quali e in che modo. Che io sappia però non esistono studi evoluzionistici sul tema. Proverò pertanto io a delineare una premessa e presentare alcune ipotesi.

Una rizzacazzi possiede spiccate capacità seduttive. Indispensabili per produrre l'effetto in questione (...). Sa adulare, alludere, ammiccare, atteggiarsi, muoversi, provocare. Sa vestirsi, truccarsi; guardarti e cercarti al momento giusto. Sa farsi desiderare. Può non eccellere in tutte queste abilità, ma certamente eccellerà in alcune di esse. Questo stesso "set di strumenti" si rivela assai utile per mantenere viva la passione all'interno di una relazione a lungo termine.

Conservare nel tempo l'interesse del partner è evoluzionisticamente molto rilevante. Sarebbe semplice mostrare che questo vantaggio detiene le caratteristiche necessarie affinché un fenotipo comportamentale si diffonda nella popolazione. Quale potrebbe essere tuttavia lo scopo di impiegare queste capacità anche al di fuori di una relazione e (per definizione stessa di rizzacazzi) con chi in realtà non si desidera avere rapporti sessuali?

Mi vengono in mente almeno tre ipotesi, non mutualmente escludenti:

  1. Potrebbe svolgere la funzione svolta dal gioco in specie cacciatrici, come felidi o canidi: allenarsi alla "caccia" vera e propria. In fondo nessuno è mai diventato abile in alcunché senza allenarsi a fondo.
  2. Potrebbe servire a pubblicizzare le proprie abilità. Un uomo consapevole della loro importanza nel mantenere viva la passione di coppia, come può individuarne la presenza se esse non vengono mostrate? Il sogno di ognuno di noi sarebbe che l'altro indovinasse i nostri talenti nascosti; la dura realtà è che così non avviene.
  3. Adottare atteggiamenti seduttivi su larga scala potrebbe comportare vantaggi intrinsechi. In effetti, soprattutto se conditi di una buona dose di pretesa ingenuità, i vantaggi offerti dall'essere desiderata anche da individui che non appagheranno mai il loro desiderio sembrano superiori agli svantaggi provocati dall'avere portato un numero limitato di essi alla frustrazione.
Lasciando stare i moralismi, le abilità che rendono tale una rizzacazzi sembrano produrle dei vantaggi. Nondimeno delle abilità non sono altro che strumenti nelle nostre mani. In quanto tali possono essere vantaggiose, ma possono anche non esserlo: tutto sta nel sapere quando e come utilizzarle, evitando che sia l'abitudine ad esse a prevalere sulla nostra comprensione del contesto. Perché se è pur vero che allenarsi, pubblicizzare, o provocare,  possono essere un importante vantaggio, non è vero che lo sono sempre.

È necessario discriminare. Ma, in base a cosa? Tendo a non avere simpatia per morali, dogmi o convenzioni, ritenendole la comoda spiegazione di chi una spiegazione non ha. Tralasciamole quindi e procediamo con ipotesi più serie. Una di esse, capace di suggerire il giusto limite, potrebbe essere il "buon gusto", l'estetica. Sarei tentato di darle credito, subendone il fascino, ma dubito che possa essere una pratica indicazione. Non so, ma constatare le vendite dei libri di Fabio Volo o di Federico Moccia, ad esempio, mi lascia perplesso sull'affidabilità del senso estetico.

La scienza che dice? Negli anni '40 il matematico John von Neumann e l'economista Oskar Morgenstern intrapresero il tentativo di studiare matematicamente le interazioni umane che comportino una vincita o lo spartirsi un qualsiasi tipo di risorsa: la teoria dei giochi. Uno degli esempi più celebri di questo tipo di studi è il dilemma del prigioniero (qui la descrizione). La più conosciuta - e apparentemente razionale - soluzione matematica è proposta dall'equilibrio di Nash (il matematico reso celebre dal film A Beautiful Mind): diffidare del complice e confessare. In altre parole: essere competitivi e opportunisti.

Tuttavia sono necessarie alcune considerazioni. Innanzitutto si nota facilmente che diffidare produce conseguenze ben distanti da quello che sarebbe l'ottimo di Pareto, ovvero la condizione migliore per il gruppo, in luogo che per il singolo, all'interno di una competizione. Avevamo tuttavia assunto di non essere moralisti, né di poter contare sull'estetica, per cui tralasciamo questa evidenza e procediamo. Nei primi anni '80 Anatol Rapoport e Robert Axelrod dimostrarono che in caso di iterazioni del dilemma del prigioniero la strategia migliore fosse sollecitare la cooperazione attraverso l'adeguamento del proprio comportamento a quello del partner. Ovvero: iniziare mostrando fiducia, confermarla se ricambiata; o viceversa. In questo scenario la scelta più razionale risulta non confessare. In altre parole: cooperare.

Inoltre il dilemma del prigioniero suggerisce similitudini con le consuete interazioni umane, ma è per sua natura strutturato con alcune premesse non molto rappresentative delle reali interazioni umane. Innanzitutto pone come ignota la mossa del complice/avversario. Poi ignora la presenza di interazioni pregresse o future. Infine non prevede la possibilità di vincere entrambi, ma unicamente quelle di: "win-lose", uno 0 anni di pena e l'altro 7, o "lose-lose", entrambi 1 anno, o entrambi 6 anni. Nelle prime due possibilità si configura come gioco a somma zero, per sua natura competitivo; nelle altre due presuppone la scelta basata sull'impossibilità di conoscere la scelta dell'altro, di prevederne l'affidabilità, di ottenere un guadagno che non sia altro che una minore perdita.  Abbiamo inoltre già visto che iterando il gioco conviene maggiormente investire sulla fiducia e ricercare la collaborazione.

Questa lunga digressione per mettere in dubbio che la competizione sia effettivamente la scelta più razionale. Non lo è nel "dilemma del prigioniero" tra individui che frequentando lo stesso ambiente si rincontreranno. Inoltre poiché le relazioni non condividono che raramente le premesse proprie di questo gioco, l'equilibrio di Nash non può dimostrare che lo sia nella vita reale.

Numerose discipline sociali, tra cui la psicologia delle organizzazioni, hanno messo in luce le conseguenze a lungo termine di quello che io chiamerei egoismo stupido, o egoismo intelligente, e che consiste nell'avere una vision win-lose, o win-win. Il primo atteggiamento, vantaggioso a breve termine, comporta due rischi: 1) il "partner" può ribellarsi; 2) le risorse del "partner" possono essere sfruttate fino ad esaurirsi e diventare inutili. La seconda prospettiva, più impegnativa, costruisce collaborazioni stabili in quanto per entrambi vantaggiose.

Concludendo e ricapitolando, una rizzacazzi è dotata di indubbie abilità, che sembrano essere evoluzionisticamente vantaggiose in alcune circostanze, ma non in tutte. Se ne è consapevole può discriminare quando, se e con che limiti utilizzarle. A meno di voler ricavare da morali preconfezionate obiettivi, mezzi e modalità, occorre analizzare i possibili scenari e le conseguenze. La scelta più razionale sembra essere utilizzare le proprie abilità con finalità win-win; non win-lose.

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