Visualizzazione post con etichetta psicologia evoluzionistica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicologia evoluzionistica. Mostra tutti i post

5 apr 2014

Rizzacazzi, Evoluzionismo e Teoria dei giochi





"Rizzacazzi" dovrebbe essere un termine tecnico. Se ne sente la mancanza. Un po' scurrile, sì, ma dotato di incomparabile potere iconico. In inglese si dice "cocktease" (letteralmente: [persona] che prende in giro il cazzo); in spagnolo "calientapollas" (scalda-cazzi); in francese - o meglio in argot -  si utilizza "allumeuse" (colei che accende - e poi lì si ferma), ma in Quebec si ritrova il più simile "agasse-pisette" (eccita-cazzi). Ebbene sì: le hanno anche all'estero.

Una rizzacazzi è invidiata da alcune donne, pesantemente criticata da altre, spesso le stesse; provoca sbalzi ormonali e frustrazioni in molti uomini; certo non passa inosservata, né lascia indifferenti. La felice etimologia già spiega egregiamente perché siano apprezzate dagli uomini, così pure perché gli stessi ne siano poi frustrati. Le donne oscillano tra l'invidiare la produzione di quello stesso effetto - ma mai lo ammetterebbero!! - e il considerare "concorrenza sleale" produrlo con analoghi mezzi e modalità.

Ma, chi sono le rizzacazzi? E, soprattutto, perché si comportano così? La psicoanalisi risponderebbe che si tratta di soggetti con problemi irrisolti di narcisismo. La psichiatria riscontrerebbe tratti - sopra o sotto soglia - di disturbi di personalità del cluster B. La psicologia evoluzionistica assume invece che se un tratto comportamentale si è diffuso debba avere comportato dei vantaggi adattivi, e si domanda quali e in che modo. Che io sappia però non esistono studi evoluzionistici sul tema. Proverò pertanto io a delineare una premessa e presentare alcune ipotesi.

Una rizzacazzi possiede spiccate capacità seduttive. Indispensabili per produrre l'effetto in questione (...). Sa adulare, alludere, ammiccare, atteggiarsi, muoversi, provocare. Sa vestirsi, truccarsi; guardarti e cercarti al momento giusto. Sa farsi desiderare. Può non eccellere in tutte queste abilità, ma certamente eccellerà in alcune di esse. Questo stesso "set di strumenti" si rivela assai utile per mantenere viva la passione all'interno di una relazione a lungo termine.

Conservare nel tempo l'interesse del partner è evoluzionisticamente molto rilevante. Sarebbe semplice mostrare che questo vantaggio detiene le caratteristiche necessarie affinché un fenotipo comportamentale si diffonda nella popolazione. Quale potrebbe essere tuttavia lo scopo di impiegare queste capacità anche al di fuori di una relazione e (per definizione stessa di rizzacazzi) con chi in realtà non si desidera avere rapporti sessuali?

Mi vengono in mente almeno tre ipotesi, non mutualmente escludenti:

  1. Potrebbe svolgere la funzione svolta dal gioco in specie cacciatrici, come felidi o canidi: allenarsi alla "caccia" vera e propria. In fondo nessuno è mai diventato abile in alcunché senza allenarsi a fondo.
  2. Potrebbe servire a pubblicizzare le proprie abilità. Un uomo consapevole della loro importanza nel mantenere viva la passione di coppia, come può individuarne la presenza se esse non vengono mostrate? Il sogno di ognuno di noi sarebbe che l'altro indovinasse i nostri talenti nascosti; la dura realtà è che così non avviene.
  3. Adottare atteggiamenti seduttivi su larga scala potrebbe comportare vantaggi intrinsechi. In effetti, soprattutto se conditi di una buona dose di pretesa ingenuità, i vantaggi offerti dall'essere desiderata anche da individui che non appagheranno mai il loro desiderio sembrano superiori agli svantaggi provocati dall'avere portato un numero limitato di essi alla frustrazione.
Lasciando stare i moralismi, le abilità che rendono tale una rizzacazzi sembrano produrle dei vantaggi. Nondimeno delle abilità non sono altro che strumenti nelle nostre mani. In quanto tali possono essere vantaggiose, ma possono anche non esserlo: tutto sta nel sapere quando e come utilizzarle, evitando che sia l'abitudine ad esse a prevalere sulla nostra comprensione del contesto. Perché se è pur vero che allenarsi, pubblicizzare, o provocare,  possono essere un importante vantaggio, non è vero che lo sono sempre.

È necessario discriminare. Ma, in base a cosa? Tendo a non avere simpatia per morali, dogmi o convenzioni, ritenendole la comoda spiegazione di chi una spiegazione non ha. Tralasciamole quindi e procediamo con ipotesi più serie. Una di esse, capace di suggerire il giusto limite, potrebbe essere il "buon gusto", l'estetica. Sarei tentato di darle credito, subendone il fascino, ma dubito che possa essere una pratica indicazione. Non so, ma constatare le vendite dei libri di Fabio Volo o di Federico Moccia, ad esempio, mi lascia perplesso sull'affidabilità del senso estetico.

La scienza che dice? Negli anni '40 il matematico John von Neumann e l'economista Oskar Morgenstern intrapresero il tentativo di studiare matematicamente le interazioni umane che comportino una vincita o lo spartirsi un qualsiasi tipo di risorsa: la teoria dei giochi. Uno degli esempi più celebri di questo tipo di studi è il dilemma del prigioniero (qui la descrizione). La più conosciuta - e apparentemente razionale - soluzione matematica è proposta dall'equilibrio di Nash (il matematico reso celebre dal film A Beautiful Mind): diffidare del complice e confessare. In altre parole: essere competitivi e opportunisti.

Tuttavia sono necessarie alcune considerazioni. Innanzitutto si nota facilmente che diffidare produce conseguenze ben distanti da quello che sarebbe l'ottimo di Pareto, ovvero la condizione migliore per il gruppo, in luogo che per il singolo, all'interno di una competizione. Avevamo tuttavia assunto di non essere moralisti, né di poter contare sull'estetica, per cui tralasciamo questa evidenza e procediamo. Nei primi anni '80 Anatol Rapoport e Robert Axelrod dimostrarono che in caso di iterazioni del dilemma del prigioniero la strategia migliore fosse sollecitare la cooperazione attraverso l'adeguamento del proprio comportamento a quello del partner. Ovvero: iniziare mostrando fiducia, confermarla se ricambiata; o viceversa. In questo scenario la scelta più razionale risulta non confessare. In altre parole: cooperare.

Inoltre il dilemma del prigioniero suggerisce similitudini con le consuete interazioni umane, ma è per sua natura strutturato con alcune premesse non molto rappresentative delle reali interazioni umane. Innanzitutto pone come ignota la mossa del complice/avversario. Poi ignora la presenza di interazioni pregresse o future. Infine non prevede la possibilità di vincere entrambi, ma unicamente quelle di: "win-lose", uno 0 anni di pena e l'altro 7, o "lose-lose", entrambi 1 anno, o entrambi 6 anni. Nelle prime due possibilità si configura come gioco a somma zero, per sua natura competitivo; nelle altre due presuppone la scelta basata sull'impossibilità di conoscere la scelta dell'altro, di prevederne l'affidabilità, di ottenere un guadagno che non sia altro che una minore perdita.  Abbiamo inoltre già visto che iterando il gioco conviene maggiormente investire sulla fiducia e ricercare la collaborazione.

Questa lunga digressione per mettere in dubbio che la competizione sia effettivamente la scelta più razionale. Non lo è nel "dilemma del prigioniero" tra individui che frequentando lo stesso ambiente si rincontreranno. Inoltre poiché le relazioni non condividono che raramente le premesse proprie di questo gioco, l'equilibrio di Nash non può dimostrare che lo sia nella vita reale.

Numerose discipline sociali, tra cui la psicologia delle organizzazioni, hanno messo in luce le conseguenze a lungo termine di quello che io chiamerei egoismo stupido, o egoismo intelligente, e che consiste nell'avere una vision win-lose, o win-win. Il primo atteggiamento, vantaggioso a breve termine, comporta due rischi: 1) il "partner" può ribellarsi; 2) le risorse del "partner" possono essere sfruttate fino ad esaurirsi e diventare inutili. La seconda prospettiva, più impegnativa, costruisce collaborazioni stabili in quanto per entrambi vantaggiose.

Concludendo e ricapitolando, una rizzacazzi è dotata di indubbie abilità, che sembrano essere evoluzionisticamente vantaggiose in alcune circostanze, ma non in tutte. Se ne è consapevole può discriminare quando, se e con che limiti utilizzarle. A meno di voler ricavare da morali preconfezionate obiettivi, mezzi e modalità, occorre analizzare i possibili scenari e le conseguenze. La scelta più razionale sembra essere utilizzare le proprie abilità con finalità win-win; non win-lose.

12 mar 2014

È la persona giusta per te?


L'antropologa canadese Helen Fisher ha dedicato la sua vita professionale allo studio delle relazioni di coppia. Considerata una delle massime esperte dei meccanismi biologici alla base del sentimento che chiamiamo amore, è stata relatrice alle prestigiose TED conferences. In Why We Love: The Nature and Chemistry of Romantic Love, distingue tra tre tipi di amore: sessuale, romantico e affettivo. Ognuno di essi risponderebbe a specifici obiettivi e a diversi moduli del nostro cervello. La pulsione sessuale (lust) è essenziale alla riproduzione; l'amore romantico (romantic love) si è evoluto per garantire il formarsi di una coppia stabile; l'amore affettivo (attachment) affinché essa possa durare nel tempo.

Sempre per la Fisher, i circuiti cerebrali sottostanti queste dinamiche sono in larga misura indipendenti. Tanto che, non solo l'Amore - quello con la maiuscola - può iniziare da uno qualsiasi di questi tre sentimenti; ma un individuo può, sinceramente, nutrire questi tre sentimenti per tre persone diverse: essere sessualmente attratto da un partner, romanticamente appassionato di un secondo, affettivamente coinvolto con un terzo.

Naturalmente il funzionamento ottimale consisterebbe nella coordinazione delle tre pulsioni su un unico partner: ciò ci fornirebbe la maggiore gratificazione al minor investimento (ed al contempo soddisferebbe quello che sembra esserne l'obiettivo evoluzionistico). Alcuni meccanismi in effetti operano a tal fine, ad esempio l'orgasmo rilascia (oltre alla dopamina necessaria al sistema di ricompensa endogeno) vasopressina e ossitocina, due ormoni attivi nelle dinamiche di attaccamento. Ma la situazione, come vedremo, è ben più complessa.

La domanda "è la persona giusta?" si articola quindi nel domandarsi se e per quale tipo di amore lo sia. La risposta - nostro malgrado - secondo la Fisher, secondo la Psicologia Evoluzionistica, e secondo me, la forniscono dei circuiti di elaborazione per lo più inconsapevole, che lavorano in parallelo e, pur tentando l'integrazione, non sempre ci riescano.

La ricerca ha individuato preferenze maschili e femminili nella scelta di partner a breve o a lungo termine (ne ho scritto qui). Elementi come la simmetria del volto, il dilatarsi della pupilla, la dominanza sociale maschile, o il rapporto vita/fianchi femminile, si sono rivelati universali - per quanto peculiari del contesto e dell'individuo siano i pesi soggettivi ad essi attribuiti.
Rileggendo questi dati alla luce della tripartizione della Fisher è semplice attribuire alla pulsione sessuale i connotati più estetici (indicatori di geni sani); ed a quella romantica, di costruzione della coppia, aspetti di posizione sociale (in qualche favola la principessa si innamora forse di un barbone, a meno che si scopra infine essere in realtà l'erede al trono??) e caratteriali (determinazione, coraggio, disponibilità ad impegnarsi, ecc.).

L'amore affettivo, evoca invece il concetto di attaccamento. Negli anni '80 gli studi sull'attaccamento, iniziati da Bowlby e dalla Ainsworth sulla relazione bambino/caregiver, vengono estesi alle relazioni tra adulti. Viene individuata una relativa continuità tra lo stile di attaccamento formato nell'infanzia e quello messo in atto nelle relazioni a lungo termine tra adulti. In tempi più recenti, ispirandosi agli studi sull'attaccamento, Jeffrey Young sviluppa la Schema Therapy, basata sulla costatazione della reiterazione di script comportamentali nelle relazioni significative.
In termini di Psicologia Evoluzionistica potremmo sostenere la presenza di un modulo (il MOI di Bowlby?) "imprintato" alle specifiche caratteristiche affettive del caregiver e su esso settato per le successive interazioni a lungo termine. Se si ipotizza che la funzione dell'amore affettivo sia consolidare una relazione nel tempo, ecco che l'utilizzo del modello relazionale con il genitore significativo risulta adattivo: presumibilmente tale relazione sarà durata a lungo (felice o meno che sia stata....)!

Riassumendo, avremmo tre moduli di analisi, deputati a tre obiettivi complementari ma distinti, basati ognuno su specifici dati; ed un sistema ormonale che tenta di convogliare la scelta su un unico individuo. Il sistema, per quanto certamente ottimizzato agli scopi riproduttivi, non lo è tuttavia al garantirci la felicità, giacché alcuni degli aspetti ricercati sembrano chiaramente incompatibili. La dominanza sociale, tanto apprezzata dalle femmine di ogni specie di mammiferi, mal si sposa con la sensibilità; la gelosia, integrabile nella visione romantica, difficilmente si coniuga con l'affetto. La ricchezza ottenuta professionalmente è troppo raramente abbinata alle disponibilità verso il partner; seduttività facilmente non fa rima con fedeltà. E così via.

A complicare il quadro queste tre declinazioni di Amore offrono gratificazione di diversa durata e intensità. Parafrasando la piramide dei bisogni di Maslow, si collocano l'una su un livello di bisogno fisico, l'altra di sicurezza/appartenenza, la terza di realizzazione. L'assenza di soddisfazione degli impulsi di base è la più dolorosa, ma la sua soddisfazione è la meno duratura; l'amore romantico - nuovamente con le parole della Fisher - assomiglia ad un continuo craving, ad un'ossessione totalizzante; eppure unicamente la realizzazione del livello superiore offre stabile felicità - per rivelarsi tuttavia vuota se non accompagnata dagli altri due livelli.

Per la soddisfazione del livello affettivo occorre inoltre maturità (non anagrafica....) ed emancipazione dalla reiterazione degli script vissuti nell'infanzia. A quel punto si scopre però che i tratti più adatti a soddisfare questo tipo di amore sono spesso in antitesi a quelli apprezzati dagli altri due moduli. Si scopre spesso troppo tardi che il bullo dai bei bicipiti, la pupa dai fianchi stretti, il gentleman sempre ben vestito o la ragazza seducente, che tanto fascino esercitano sul nostro amore sessuale e romantico, forse non hanno molto da offrire alla nostra felicità a lungo termine. Eppure da essi dipendiamo per la nostra felicità a breve e a medio termine.

Concludendo con le parole della Fischer: "we're not an animal that was built to be happy; we are an animal that was built to reproduce" e la felicità, l'unica cosa che davvero ci interessa - a chi importa davvero qualcosa del bene della specie, o di trasmettere i propri geni? - forse possiamo faticosamente conquistarla, certo non attenderla. Ed anche in questo caso, non è chiaro come...

20 dic 2013

psicologia del conflitto tra i sessi

Molti dei nostri comportamenti, letti alla luce della moderna Psicologia Evoluzionistica, mostrano di essere coerenti con le previsioni delle teorie della selezione naturale e sessuale. Poiché una predisposizione genetica può diffondersi nella popolazione unicamente se il suo portatore ha avuto accesso alla riproduzione, molti studi si sono concentrati sul diverso ruolo dei sessi e sul conflitto che tra essi si genera nella nostra specie.

Prima di esporre brevemente cause e conseguenze di tali differenze ritengo tuttavia necessarie alcune premesse:
  • Innanzitutto è necessario tenere bene a mente che ogni qualvolta si afferma che uomini o donne si comportano in un determinato modo si sta parlando del comportamento maggiormente diffuso. Possono - e così di fatto è - coesistere strategie alternative, che si diffondono in una popolazione in modo da risultare il migliore equilibrio. Ovvero, in termini semplici, il migliore comportamento per un soggetto è lo stile nel quale riesce meglio, ma unicamente finché nel suo gruppo coesistono anche stili complementari: per fare un esempio, adottare uno stile aggressivo è vantaggioso se esistono individui remissivi, se non esistessero lo stile non sarebbe vantaggioso. Questo spiega la diversità di comportamenti tra diversi individui di uno stesso sesso.
  • Esiste inoltre, tra diversi soggetti, anche osservandoli sulla base di una comune strategia, una varianza statistica (spesso descritta da una curva di distribuzione detta Gaussiana) che, presentando diverse intensità in cui si manifesta un comportamento, ha funzione evoluzionisticamente adattiva (e pertanto protettiva) per la specie.
  • Sottolineo infine che siamo portatori di predisposizioni biologiche ad un fenotipo, non di determinanti di un fenotipo, di una "pulsione" per determinate preferenze, che può o meno essere seguita. Per quanto più ne siamo inconsapevoli, o ne neghiamo l'esistenza, più è altamente probabile che la seguiremo.
Ciò premesso - utilizzando studi cross-culturali, confronto con altre specie, questionari self report, osservazioni, dati socio-statistici, neuroimaging e studi genetici - si riscontra concordanza nella scelta del partner con quanto previsto dalla teoria evoluzionistica.
La teoria dell'Investimento Parentale trova conferma nei comportamenti di scelta sessuale adottati da maschi e femmine, in specie diverse, in funzione di costi e benefici offerti dall'accoppiamento. Nell'uomo e negli altri mammiferi la femmina è più selettiva e meno disponibile, ma accade esattamente l'opposto in specie (molti aracnidi, alcuni uccelli, pesci, eccetera) nelle quali l'accudimento della prole (o la produzione di spermatofore) è a carico del maschio. Ciò suggerisce - e trova conferma empirica - che il comportamento sessuale e le preferenze per la scelta del partner siano coerenti con il ruolo biologico.

Preferenze femminili nella scelta di partner a lungo o a breve termine

La donna produce un'ovulazione mensile, se fecondata porterà in grembo un figlio per nove mesi e sarà poi impegnata per molto tempo nel suo accudimento. Per tutto questo tempo avrà scarso interesse riproduttivo verso altri potenziali partner e sarà più vulnerabile, dovendo proteggere sia se stessa che la propria prole. Non stupisce perciò una minore disponibilità verso rapporti occasionali e una maggiore selettività nella scelta del partner.

Il partner per lei migliore è quello capace di offrirle buoni geni e protezione. Il migliore indicatore della qualità genica è la bellezza. I migliori indicatori di capacità di protezione sono l'interesse ad offrirla e la possibilità di offrirla. Ogni qualvolta il partner ideale non è raggiungibile viene effettuato un più o meno consapevole compromesso tra il proprio valore percepito e quanto è raggiungibile. In questi casi, nella scelta di partner a lungo termine, gli studi mostrano che la donna predilige la protezione.

Gli indicatori di potenzialità di protezione sono infatti quelli maggiormente correlati alla scelta femminile. La possibilità di protezione si suddivide in protezione fisica ed accesso alle risorse, condizioni solitamente associate - nelle società ancestrali, dalle quali ereditiamo le predisposizioni biologiche - al maschio dominante. In società complesse come la nostra questi elementi possono essere declinati in diverse accezioni di dominanza sociale, tutte, in media apprezzate delle donne:
  • ricchezza
  • posizione sociale
  • prestanza fisica
  • determinazione, aggressività, coraggio
La disponibilità alla protezione - senza la quale ben poco conta la presenza della possibilità - è indicata da:
  • affidabilità
  • impegno
  • amore per i bambini
La bellezza, e pertanto la possibilità di offrire "buoni geni" alla prole è indicata da alcuni indicatori di salute validi per entrambi i sessi:
  • volto simmetrico (sviluppare un volto simmetrico è biologicamente costoso ed accessibile solo a soggetti sani durante l'infanzia/adolescenza).
  • pelle sana (indica presenza attuale di salute).
e indicatori specifici per l'uomo legati alla possibilità di proteggere:
  • altezza
  • ampiezza delle spalle
Per quanto riguarda la preferenza per la scelta di partner a breve termine, fermo restando la minore disponibilità legata al rischio generativo (i contraccettivi non hanno avuto il tempo di entrare nelle nostre predisposizioni biologiche...), le preferenze si concentrano prevalentemente sulla bellezza. Sia in un periodo definibile "di prova", nel quale la funzione della scelta dei partner è analoga a quella ricoperta, in molte specie, dal gioco come mezzo per apprendere tecniche di caccia. Sia, e specialmente, nei casi in cui il ruolo protettivo sia già svolto da un partner ufficiale e ad essere selezionato sia un amante.

Preferenze maschili nella scelta di partner a breve o a lungo termine

I costi riproduttivi richiesti all'uomo sono di natura ben diversa. Biologicamente egli dispone di migliaia di spermatozoi quotidiani ed il suo ruolo si conclude in poco tempo. Se tuttavia vuole essere certo della sopravvivenza della propria prole deve accudire partner e figli. Questo porta a due strategie contemporanee a parallele, distinte dal tipo di interesse che nutre verso il partner.

Poiché i costi che gli vengono richiesti sono in termini di impegno e risorse (limitate), non sessuali; nell'offrire i primi è particolarmente selettivo, nell'offrire disponibilità sessuale non lo è. Le due variabili che quindi intervengo in questo caso sono "quanto impegno richiederà accoppiarsi con una donna", sia prima che (soprattutto!!) dopo l'accoppiamento, e "che valore la donna ha come madre".

Nella scelta di partner a breve termine la variabile estetica, pur apprezzata, diviene molto meno importante, cedendo il posto alla limitata richiesta di impegno. A condizione che la limitata richiesta di impegno sia realmente tale e non una strategia femminile di adescamento che miri a trasformare l'uscita di una sera in una relazione a lungo termine. Poiché nel caso la valutazione maschile di un partner fosse "solo per una sera", non sarebbe poi disponibile a niente di più, e sarebbe allontanato da comportamenti che indicassero tale richiesta, anche se verbalmente smentita.

L'accoppiamento a lungo termine richiede invece al maschio, come anche alle femmine, un grosso investimento. Anch'egli diviene quindi selettivo in modo coerente al suo valore percepito. La natura lo ha predisposto ad indirizzare la propria protezione (la sua "moneta" preziosa, limitata e richiesta) verso partner capaci di offrirgli una prole sana e numerosa. Gli indicatori sono:
  • bellezza: sia i segnali di simmetria del volto e di pelle sana; sia indicatori di fertilità come seni ampi e il rapporto vita-fianchi (indicatore che resiste alle variabili culturali sull'apprezzamento della magrezza).
  • gioventù: la donna perde la possibilità procreativa, l'uomo la diminuisce ma non la perde.
  • indicatori di buon accudimento della prole: dolcezza, disponibilità, affidabilità.
Conflitto tra i sessi

Le diverse strategie cui siamo predisposti comportano numerosi equivoci, fraintendimenti e conflitti. Sopratutto non tenendone conto e considerandoci liberi da esse. La minore disponibilità sessuale femminile, così come l'attrazione maschile per le ragazze più giovani, non sono frutto di una maggiore o minore maturità, non sono migliore o peggiore aderenza a valori e ideali, bensì unicamente coerenza con le proprie predisposizioni biologiche: né più, né meno.

È certamente possibile superare tali predisposizioni - sempre a patto di riconoscerle - ma tale superamento, quale che sia la direzione verso la quale è effettuato, comporta una violenza verso le proprie pulsioni ed è importante non dimenticarsene. Ogni qual volta uno dei due sessi ritiene l'altro immaturo lo sta facendo unicamente sulla base delle proprie predisposizioni, non di supposti, quanto irreali, valori superiori. "Valore superiore" sarebbe bensì riconoscere tanto le proprie che le altrui difficoltà ed instaurare una relazione collaborativa, invece che conflittuale. Collaborativa innanzitutto nella selezione dell'obiettivo, giacché dare per scontato che il proprio sia superiore a quello altrui è già la negazione della collaborazione.

Un ultima parola su una diffusa convinzione. Tutti (beh, quasi...) i miei amici maschi ritengono che le donne non capiscano niente, e tutte (quasi...) le mie amiche femmine ritengono che gli uomini non capiscano niente. Entrambi non capiscono tuttavia che essendo diversi i mezzi necessari ad ottenere i propri obiettivi, divergono anche le qualità che vengono rinforzate. La differenza di "intelligenza" non è quantitativa ma qualitativa. Ed il primo che ritiene la sua, in ultima analisi, la più importante, dimostra per lo più di avere lui/lei capito ben poco.

2 mag 2013

Sei spontaneo?

Arriva il momento in cui, a seguito della domanda "sei spontaneo?", sorge il bisogno di domandarsi prima: ma che vuol dire essere spontaneo?

Malgrado l'uso abituale del termine fin da bambini, esso lascia in bocca un vago sentore di ambiguità, per il quale spesso la migliore cura è offerta da un vocabolario. Si scopre così che "spontaneo significa:

  1. Che è fatto liberamente, di propria volontà, senza coercizione o influenza esterna
  2. Che nasce e si manifesta prontamente e naturalmente nel proprio animo: istintivo, naturale
  3. Schietto, sincero, privo di finzione, di artificio
  4. BIOLOGIA: di fenomeno, che avviene per legge naturale, senza l'intervento dell'uomo
  5. FISICA: di processo termodinamico che avviene senza l'intervento di una causa agente esterna
  6. LINGUISTICA: di mutamento fonetico che non è determinato dall'influsso del contesto

Il denominatore comune consiste nell'esclusione di intervento esterno (per quanto il terzo significato potrebbe anche adattarsi alla sincera accettazione di una coercizione esterna). Gli ultimi tre significati sono inerenti contesti specifici. Il terzo significato riguarda la manifestazione di un comportamento. Ad essere particolarmente interessanti sono i primi due significati: sia perché riguardano entrambi la genesi del comportamento, sia perché sono a ben vedere antitetici tra loro...

Il primo significato, più aderente all'origine etimologica (spònte = di volontà), prevede un atto che deriva dalla propria volontà; il secondo, più aderente all'accezione di uso comune, parla di origine istintiva. In entrambi i casi l'origine del comportamento non è una coercizione esterna. Sapere cosa qualcosa non sia comporta tuttavia solo un piccolissimo passo nel sapere cosa sia.

Derivare il significato di "spontaneo" dal denominatore di "non soggetto a coercizione esterna" lascia spazio alle seguenti alternative:
  • Si tratta di un atto di volontà (Capacità dell'uomo di prendere con consapevolezza una decisione per la realizzazione di un determinato scopo, adeguando a esso il proprio comportamento)?
  • Si tratta di istinto (Impulso naturale per cui gli esseri viventi compiono determinati atti utili o necessari alla propria conservazione, senza l'intervento della volontà o del ragionamento)?
  • Si tratta di risposta condizionata (tipo quelle cui la pubblicità ci ha da tempo abituati...) e pertanto, sebbene non a coercizione, sia comunque dovuta ad una forte influenza esterna?
La differenza non è certo da poco, né quanto alle cause, né quanto alle conseguenze.
Nel primo caso si sta attuando una decisione consapevole per uno scopo definito; nel secondo si sta seguendo un istinto; nel terzo si sta inconsapevolmente svolgendo il ruolo di marionette. Quindi che cos'è spontaneo??

Una tendenza diffusa a molti filosofi, sociologi, economisti e - ahimè - anche psicologici glissa il problema negando o sminuendo la prevalenza di istinto o condizionamento, in modo di ridurre ogni comportamento a: voluto, o imposto dall'esterno. Atteggiamento forse rassicurante ma tanto poco utile quanto poco realistico.

Relativamente all'accettare la possibilità di influenzare il comportamento di un altro soggetto le resistenze poste si limitano per lo più al caso in cui "l'altro soggetto" si sia noi! Resistenze di orgoglio! Non cognitive dal momento che si riconosce facilmente che, sugli altri (...), pubblicità o propaganda facciano effetto.

Quanto al comportamento istintivo invece, alle pur presenti resistenze di orgoglio che ci fanno illudere di essere gli unici padroni delle nostre azioni, si uniscono difficoltà teoriche.
Che cos'è l'istinto? Le definizioni datene dall'etologia e la psicologia aggiungono, alle pur presenti condizioni previste dal vocabolario di "non intervento di volontà o ragionamento", la condizione di "non dovuto all'apprendimento": ovvero di innato. Nel comportamento animale si osservano molti schemi comportamentali innati che si manifestano immutati a prescindere dalle condizioni di sviluppo del soggetto. Nell'uomo, assumendo come istintivo un pattern comportamentale rigido e definito, si contano unicamente alcuni, pochi, riflessi (ad esempio il riflesso patellare: quello del ginocchio).

Molti orientamenti teorici chiudono qui l'argomento istinto nell'uomo, sostenendo in pratica che, a parte rari e ben poco significativi riflessi fisiologici, l'istinto non esista.

Freud sviluppò il concetto di "pulsione" per spiegare i moventi inconsapevoli che condizionano le condotte umane. Per Freud, sebbene la psicoanalisi successiva ne abbia modificato il significato, le pulsioni avevano base biologica, rendendo la distinzione con il termine "istinto" più formale che concettuale (come testimoniato anche dall'uso del termine nel linguaggio comune).

Recentemente un nuovo approccio psicologico, la Psicologia Evoluzionistica, rivaluta il ruolo delle predisposizioni comportamentali biologiche. Essa testa finalmente sull'uomo, senza pregiudizi antropocentrici, i principi della selezione naturale e sessuale trovandone numerose conferme empiriche. La base di tali predisposizioni (non determinazioni..!) è genetica e pertanto biologica. Forse il disporre di già molti nemici, tra le file degli studiosi punti nel loro orgoglio antropocentrico, ha suggerito ai ricercatori di questa disciplina di non tirare in ballo nei loro scritti il termine "istinto". In verità l'accezione scientifica di istinto, limitata ad un pattern comportamentale predeterminato, non sarebbe pertinente in quanto tali predisposizioni genetiche sono nell'uomo (e non solo) fortemente adattive agli impulsi ambientali e su di essi modulate. Assai pertinente sarebbe tuttavia l'accezione di uso comune del termine, e data dal vocabolario citato, di impulso al comportamento privo di volontà o ragionamento (conscio).

Beh, ritornando alla domanda originaria "sei spontaneo?", dopo questo excursus, direi che, visto che la maggior parte dei comportamenti umani avvengono senza una esplicita coercizione esterna, e visto che questa è l'unica condizione che il termine è in grado di escludere, la risposta consista nel ritenere piuttosto inutile tanto la domanda quanto ogni altra risposta.
Assai più utile domandarsi: i miei comportamenti non imposti dall'esterno da cosa sono prodotti?