29 lug 2014

Non fare agli altri


Il tempo libero gioca a volte strani scherzi. Dopo un anno di esami, obbligato a tenere a freno la mia fantasia, oggi che posso finalmente sfogarla mi trovo in vena di esegesi biblica (per poi finire chissà dove...). Mi ci accingo, naturalmente da esegeta amatoriale, condizione per lo più indispensabile al capirci qualcosa in molti ambiti.

Si legge in Matteo, 7, 12: "tutte le cose dunque che volete che gli uomini vi facciano, anche voi dovete similmente farle loro". Sebbene il passo presenti una differenza proattiva rispetto alla più antica versione di Confucio, è quest'ultima ad essere più nota: "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te". Tale principio, nell'una o nell'altra versione, è diffuso in molte religioni, ed è chiamato "regola aurea".

Tra offrire qualcosa che ci piace ricevere ed evitare di fare ad altri qualcosa che disturberebbe noi ci sono naturalmente differenze fondamentali. Che dire però del caso in cui la versione attiva riportata nel Vangelo la si applichi ad azioni che al prossimo causano disagio? Nella logica contemporanea una doppia negazione non equivale ad un'affermazione, ma per la logica aristotelica - che tanta influenza ha avuto sulla Chiesa, e che tanta tutt'ora ne esercita sul nostro abituale modo di pensare - vi equivale eccome. Nella logica classica "tertium non datur", e se ad X da noia che Y faccia Z, per non ferire X, Y può solo non fare Z, ovvero: "non fare, ciò che non vuoi ti sia fatto". Da questa prospettiva, e nel caso ipotizzato, i due precetti diventano sinonimi.

Esistono tuttavia altre possibilità. Per smettere di "concentrarsi sul dito", e "guardare la luna" può bastare aggiungere alla dimensione normativa quella teleologica. Si scopre così, come dei personaggi di Flatlandia in un mondo pluridimensionale, che sono le conseguenze di fare o non fare Z ad essere importanti nelle relazioni, non Z in sé; e che pertanto la conseguenza desiderata - "che X stia bene", mettiamo - può essere raggiunta non facendo Z, ma forse anche facendo Q, o R, o P. Chiamiamo D le conseguenze desiderate; poi in luogo di un dicotomico soddisfatte/non soddisfatte valutiamo su un continuum il grado in cui sono soddisfatte, ed ecco che P, ad esempio, può offrire tutti i vantaggi di non fare Z, più altri non ottenibili da quest'ultimo. Ergo: le due versioni non sono equivalenti e - a dispetto del mio radicale anticlericalismo (ma qui si sta parlando di asserzioni, non di Chiesa...) - la versione evangelica sembra mostrare un potenziale superiore.
Piccola digressione: molti nella storia hanno negato, e tuttora negano, la posizione pragmatica. Non ho certo la pretesa di rispondere in un paragrafo ad obiezioni che hanno occupato tomi e tomi di interminabili saggi. Mi limito a far notare che in una "rappresentazione piatta" del mondo "fini" e "mezzi" non hanno lo stesso significato che in un modello più ampio. Restando in metafora, delle rette, o dei segmenti, perpendicolari ad un piano saranno su esso indistintamente dei punti: un modello limitato non può riprodurre più di quanto il modello stesso consenta. Parimenti nelle rappresentazioni ad hoc create da alcuni filosofi l'etica può seguire le regole prescritte dal creatore del modello; ma nella nostra realtà, e nello studio scientifico del comportamento umano in essa (neuroscienze e psicologia evoluzionistica), risulta chiaro che il nostro comportamento segue un'etica pragmatica.
In termini semplici, quanto precede la digressione si può esemplificare così: in una coppia in cui uno dei due partner è geloso, diciamo lei (X), e vorrebbe che lui (Y) non uscisse la sera con una sua amica (Z), lui può uscirci (Z) o non uscirci (non-Z) nel primo modello; ma  nel secondo modello, considerando che la conseguenza desiderata (D) è non rendere X gelosa, Y può conseguire - e pure con maggior successo - lo scopo D, a prescindere da Z o non-Z, ad esempio conquistandosi la fiducia di X con la sua sincerità (P).

Ora però, se accettiamo di ampliare le possibilità da Z/non Z a Q, R, P, ecc, scelte in funzione di D; che dire di D, le conseguenze desiderate? Rileggiamo le due versioni della regola aurea. La versione evangelica suggerisce implicitamente - e la lettura di 7.11 motivata da "dunque" sostiene - che lo scopo sia ottenere quello che desideriamo. La celebre frase di Confucio non autorizza invece filologicamente questa né altre ipotesi teleologiche.

Per cui, per quanto l'obbiettivo del detto confuciano può beninteso coincidere con quello cristiano, la mancanza di uno scopo esplicito mi autorizza a seguire, almeno per un po', un'ipotesi fantasiosa da cui è scaturito l'intero post.
La sensibilità comune procederebbe più o meno così: ipotizzerebbe lo scopo di non ferire gli altri (tanto più che è una prospettiva molto orientale), dal quale conseguirebbe l'attenzione non solo a ciò che fa male a noi (tipo l'uscita del partner con amica/o dell'esempio), ma possibilmente anche a sviluppare capacità empatiche su ciò che all'altro può dare fastidio anche se non lo dà a noi (per esempio, invece dell'uscire con amica/o, lo stare in chat molto tempo) e, tramite l'empatia, riconoscere la sensazione sgradevole per evitare di procurarla.

Il fine appare lodevole. Ma, riflettendoci, mi è venuta in mente un'eventualità: se entrambi assecondiamo le debolezze dell'altro gli risparmiano, sì, la sofferenza che deriverebbe dalla situazione temuta, ma al contempo, per semplici meccanismi di rinforzo (condizionamento classico e operante), ne alimentiamo le debolezze. Così nascono e si mantengono le fobie specifiche (tra i pochi disturbi ad avere un'eziopatogenesi per lo più condivisa dagli specialisti del settore); così appare logico si sviluppino e si mantengano le nostre debolezze. Lo stesso meccanismo apparentemente paradossale: evitare ciò che ci spaventa ne aumenta il potere su di noi.

E se... Se invece si facesse agli altri, oltre naturalmente alle cose piacevoli, anche quelle spiacevoli ma che noi si è in grado di sopportare? Sì, lo so che sembra assurdo... Ma, se giusto per un attimo sospendiamo il giudizio (epoché) e diamo uno sguardo alle conseguenze? Psicologicamente parlando le debolezze subirebbero esposizione e si assocerebbero ad un modello che sa reggere situazioni analoghe. Fu Albert Bandura, negli anni '60 a chiamare "modelling", il meccanismo di apprendimento sociale basato sull'imitazione, ed a mostrarne l'efficacia. Il passaggio qui presentato invece è puro frutto della mia fantasia esegetica, sulla base della quale "non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te" non sarebbe sinonimo, in forma negativa, della versione evangelica, bensì raccomanderebbe di non far subire agli altri ciò che non si sa mostrare di sostenere.

Si tratta naturalmente solo dell'aver seguito un flusso di pensieri. Personalmente però mi immagino una situazione in cui delle persone assecondano le mie paure evitandomi di affrontarle; e quella in cui le stesse persone mi mostrano come superare le mie paure. Boh, malgrado la mia congenita pigrizia, la seconda ipotesi mi appare più interessante.

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