25 ott 2018

Oltre discriminazioni vere o presunte



Comprendere approfonditamente una qualsivoglia situazione richiede la disponibilità di informazioni complete, molto tempo e impegno, in loro assenza applicare (inconsapevolmente) delle semplici regole di valutazione supplisce a tale dispendioso procedimento. Poiché siamo costantemente sommersi di percezioni di ogni tipo e non disponiamo di tempo e risorse cognitive per valutare ogni singola situazione, ricorrere a tali "regole" - chiamate della psicologia sociale euristiche - ha valore adattivo, consentendoci di fare fronte alla quotidianità, a discapito tuttavia della percentuale di correttezza di giudizio. Ovvero le semplici regole che applichiamo inconsapevolmente ci sono utili in molti casi, ma in molti altri la loro approssimazione può farci prendere dei grossi abbagli, tanto più gravi se si tratta di giudizi verso altre persone.

Nelle situazioni sociali la mente umana tende a semplificare le realtà individuali in categorie di appartenenza, sulla base delle quali inferire preferenze o ostilità. Tale tendenza è talmente intrinseca da essere stata osservata anche nella situazione chiamata intergruppo minima, nella quale emergono preferenze per il proprio gruppo di appartenenza (in-group) e discriminazione per gli altri (out-group) perfino quando la demarcazione è totalmente artificiale, casuale, o basata su caratteristiche non significative. La propensione a difendere la propria identità sociale è così radicata da emergere inconsapevolmente addirittura quando si basa su inezie. Facile pertanto comprendere la dimensione che, se non consapevolmente arginata, può raggiungere in presenza di diversità più macroscopiche e socialmente connotate, come quelle di genere, di orientamento sessuale, di preferenza politica, di nazionalità, e molte altre.

La discriminazione sociale pertanto esiste, anzi è sempre esistita ed in quanto tendenza naturale umana esisterà sempre in ogni situazione nella quale ogni singola valutazione non disponga di informazioni e risorse per essere correttamente effettuata. Poiché, attenzione, sostituire una semplificazione con un'altra semplificazione sposta i problemi, ovvero cambiano i casi in cui il giudizio fallisce, non risolve il rischio di fallibilità intrinseco ad ogni euristica.
Occorre inoltre soffermare l'attenzione anche su un aspetto troppo spesso in ombra, non tutti gli atteggiamenti sono dovuti al fare parte del gruppo di appartenenza messo in evidenza. Facciamo degli esempi:

Ipotizziamo che un immigrato telefoni per una posizione lavorativa al pubblico e gli venga negato il colloquio. Si tratta di razzismo? Forse, ma forse no. Il candidato potrebbe essere stato preliminarmente rifiutato perché telefonicamente ha mostrato di non disporre di sufficiente capacità di comprensione linguistica ed essere pertanto indubbiamente inadatto alla posizione cercata. In tal caso non ci sarebbe niente di diverso dallo scartare un candidato di qualsiasi nazionalità perché non parla inglese, se la posizione lo richiede. Diverso è il caso in cui l'ipotetico immigrato padroneggiasse perfettamente l'italiano. In tal caso un rifiuto di colloquio sarebbe molto probabilmente imputabile a discriminazione razziale. Diverso ancora tuttavia sarebbe se in quest'ultimo caso il candidato fosse rifiutato ad inizio colloquio perché emerge il suo status di clandestino. In tal caso il datore di lavoro potrebbe semplicemente contestare la posizione illegale del soggetto e non, ad esempio, il colore della pelle. Per distinguere dovremmo conoscere che atteggiamento avrebbe verso un italiano reo di un qualche comportamento illegale. Potremmo certamente discutere della adeguatezza delle leggi internazionali e pertanto di che atteggiamento sia consono verso chi le rispetta o meno, ma questo eventuale pregiudizio sulla condizione di legalità è altra cosa da un pregiudizio sul colore della pelle (o sulla nazionalità di provenienza). A seconda del caso può sussistere un pregiudizio razziale, un pregiudizio verso una condizione di illegalità, oppure una semplice constatazione di mancanza dei requisiti richiesti dalla posizione. Etichettare l'ipotetico datore di lavoro come razzista sulla base di informazioni indiziarie sarebbe a sua volta un pregiudizio.

In un altro scenario un signore si indigna davanti a due uomini che amoreggiano in pubblico. Si tratta di omofobia? Sì, se l'indignazione è dovuta al fatto che le effusioni sono tra due uomini e non sarebbero invece contestate se tra un uomo e una donna. No, se fosse l'atto stesso di manifestare effusioni in pubblico considerato indecoroso. Altro ancora se fosse la specificità del luogo pubblico, ad esempio un luogo religioso, ad essere giudicata inadeguata. L'intolleranza (giustificata o meno che sia) sarebbe in tutti i casi presente ma per comprenderla, e quindi anche per relazionarvisi, è ben diverso se si produce in risposta ad uno specifico contesto, ad un orientamento sessuale, ad un comportamento affettivo o ad entrambi.

Oppure una giovane coppia sta rimbiancando casa e nel diluire la tintura lui dice a lei "lascia perdere, ti faccio vedere io come si fa". Oggi è comune portare una simile frase ad esempio del cosiddetto "mansplaining", ritenuto uno forma di maschilismo, o di sessismo interiorizzato, e probabilmente così è se lui ha un atteggiamento paternalistico con tutte le donne e solo con le donne. Se tende invece ad elargire insegnamenti non richiesti anche ad altri uomini potrebbe più probabilmente trattarsi di banale arroganza e non c'entra niente il sessismo. E se invece si comporta così unicamente con alcuni individui, a prescindere dal sesso? Potrebbe avere un pregiudizio verso un qualche aspetto che accomuna questi individui, ad esempio la timidezza, cui associa una presunta incompetenza. Tutti casi di pregiudizio, è vero, ma unicamente nel primo caso si tratterebbe di un pregiudizio sessista. Non dimentichiamo poi che il soggetto cui le spiegazioni sono dirette (quale che sia il suo sesso) può anche essere oggettivamente bisognoso di spiegazioni, anche se magari convinto di non necessitarne. Solo un'ipotesi quest'ultima ma che non può essere scartata a priori arroccandosi dietro all'accusa di pregiudizio.

Chiariamoci, non difendo i pregiudizi, né tanto meno la discriminazione che può derivarne, rivendico la sostanziale differenza tra le motivazioni che li elicitano per poter comprendere le dinamiche in atto, o talvolta la liceità di esse, e poter adeguatamente intervenire. Se si è immigrati, omosessuali, donne, o appartenenti a qualsivoglia categoria a rischio di discriminazione può darsi che la si subisca per via dell'appartenenza a suddetti gruppi, ma questa non è l'unica spiegazione possibile e non sempre è la più corretta. Occorre superare la semplicistica spiegazione che chi mostra un atteggiamento di critica o rifiuto verso qualcuno sia razzista/omofobo/sessista. Può esserlo, certamente, ma può anche manifestare ostilità per motivazioni che non sono minimamente legate a questi aspetti.

Un esempio estremo per essere più chiaro: un cittadino derubato da un ladro è giustamente arrabbiato, e lo sarebbe a prescindere dalla nazionalità del delinquente. La rabbia non favorisce certo né la lucidità né l'educazione e nel caso in cui il ladro non fosse italiano le invettive potrebbero anche includere tale aspetto, ma sarebbero davvero razzismo? La stessa persona non inveirebbe forse anche contro un ladro compaesano? E se, ipoteticamente, lo stesso cittadino fosse anche in ottimi rapporti, mettiamo lavorativi, con una persona della stessa nazionalità del ladro, le rabbiose invettive includenti anche la cittadinanza di quest'ultimo sono davvero razziste malgrado l'atteggiamento positivo mostrato verso il collega, o forse, per quanto in modo irrazionale e non politicaly correct, sta più semplicemente reagendo al furto subito? Può darsi, certamente, che il soggetto sia anche pregiudizievole verso l'immigrazione e che ne parli abitualmente male, mostrando effettivamente razzismo, ma ciò può anche non darsi e non ritengo che la reazione ad un evento eccezionale come il furto possa rivelarlo.

Imputare eventuali ostilità ad un razzismo/omofobia/sessismo che in realtà non dovesse sussistere può essere dannoso; socialmente poiché fraintendendo le cause reali fallirebbero anche i tentativi di conciliazione; ma anche individualmente per la presunta vittima che equivocando le motivazioni del conflitto non saprebbe liberarsene. Se l'ipotetica ostilità del vicino di casa è effettivamente dovuta ad un suo pregiudizio verso una qualche categoria cui si appartiene si può unicamente sperare nel suo ravvedersi; se si scopre che è invece dovuta al fare troppi rumori notturni si apre la possibilità di limitarli in vista di una migliore relazione di vicinato. Una prospettiva molto diversa, non sicura è ovvio, ma comunque degna di essere esplorata, e preclusa se nel timore di essere giudicati si diviene giudici troppo frettolosi.

I pregiudizi esistono, ma non necessariamente tutte le volte che così ci sembra, occorre vagliare possibilità alternative. Attribuire ad altri un proprio fallimento (il cosidetto locus of control esterno) può talvolta proteggere la propria autostima più che ritenersi almeno in parte responsabili (locus of control interno). Ritenere di non essere stati promossi poiché discriminati può talora corrispondere a realtà ma può anche essere un modo per celarsi la più dolorosa constatazione di non essere sufficientemente preparati. Che gli altri non ci apprezzano a sufficienza perché si è immigrati, donne o omosessuali può essere veritiero, ma può anche essere un modo per pretendere un riconoscimento che nel singolo caso individuale non è meritato. Ipotizzare che un mancato riconoscimento sia dovuto a propri comportamenti individuali può essere più difficile che imputarlo ad una discriminazione gruppale che per tale motivo rischia di essere preferibile agli occhi del soggetto, ma non per questo necessariamente è reale. Forse lo è, ma forse no. Ogni euristica è talvolta fallace e nessuna semplicistica regola può pretendere di descrivere la realtà sociale.

È inoltre importante distinguere tra stereotipi, pregiudizi e discriminazione: i primi sono delle visioni rigide (il termine viene dalla "tipo"-grafia) largamente condivise; i secondi sono degli atteggiamenti a favore o a sfavore di qualcosa o qualcuno; la terza è un trattamento non paritario sulla base della categoria di appartenenza. Come abbiamo già visto nell'introduzione, la mente umana, per economia cognitiva ed in modo prevalentemente inconsapevole, fa ampio uso di stereotipi, ed è naturalmente portata a pregiudizi positivi verso il gruppo di appartenenza e negativi verso gli altri, perfino quando la suddivisione è arbitraria e basata su inezie. Se le condizioni sociali lo favoriscono e soprattutto in assenza di consapevolezza individuale tutto ciò può portare a discriminazione. Il primo limite riguarda la sfera pubblica, come in un esempio estremo l'Apartheid. Una volta abolite tali leggi, la discriminazione può tuttavia sussistere in altri ambiti, come quello privato, nel quale diviene pertanto essenziale la consapevolezza individuale della naturale tendenza ad avvantaggiare i propri simili.

La consapevolezza, lo ripeto, non consiste nel sostituire un pregiudizio con un altro pregiudizio, perché ciò non elimina eventuali discriminazioni, bensì le sposta da rivolte verso un gruppo a rivolte verso un altro. Inoltre, mentre le discriminazioni sono contestualmente monodirezionali, i pregiudizi gruppali sono bidirezionali. La psicologia sociale lo mostra, a partire dalla già citata condizione sperimentale intergruppo minima, fino agli studi osservazionali sul campo. La tolleranza. il rispetto e l'equità nascono dalla consapevolezza, non dà una qualsivoglia regola sociale semplicistica.
Purtroppo le attuali tendenze mediatiche e politiche sembrano maggiormente improntate a promuovere semplicistici slogan, a favore o contro qualcosa o qualcuno, che a favorire una consapevolezza individuale. L'intolleranza dell'intolleranza; l'immigrato buono o l'immigrato cattivo; la donna inferiore o l'uomo violento; la supposta superiorità o l'inesistenza del genere; e molti altri casi in cui con cecità dicotomica e nuovi pregiudizi si tenta di arginare i danni di vecchi pregiudizi. Invece di favorire una prospettiva che superi i limiti intrinseci di ogni faziosità, si tenta di spostare il potere da una fazione all'altra, talvolta generando in risposta un aumento del conflitto invece che il suo auspicato superamento. Una politica che a dispetto degli alti ideali sbandierati sembra nei risultati più conforme al detto latino (per quanto attribuito a Luigi XI di Francia) "divide et impera".

Concludendo, e ripetendomi nella speranza di non essere equivocato, pregiudizi e discriminazioni esistono, sebbene non in tutti i casi in cui vengono inferiti, e sarebbe importante riflettere più approfonditamente se ci troviamo effettivamente in loro presenza e, soprattutto, quali sono i reali elementi che li attivano. Talvolta presumerne l'esistenza può essere sfruttato individualmente con funzione protettiva del proprio sé. In tutti i casi, sia che siano effettivamente presenti, sia che invece non lo siano, nessun semplicistico slogan può favorire un loro reale superamento.





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