17 feb 2021

Tu anima mia


 

Tu anima mia, odiosamata

fonte di gioie e dolori,

ricordi l'unione della serata

e il tepore dei nostri cuori?


Dove fugge la tua presenza

quando un nonnulla ti turba?

Dimentichi della nostra essenza

e, no, in questo non sei furba.


Guarda meglio. E alle radici

della rabbia non troverai

sostanza. Ti prego, riflettici

amore   -   non ne soffrirai.


Sentirti fragile ti rende vittima,

schiava del divampante timore

di ricevere mancanza di stima,

sia pur guardata con amore.


Anche quando distanti, pur

dallo stesso micelio nasciamo,

insieme ne ridevamo, eppur

sembri aver scordato che ti amo.

15 gen 2021

Risposta a Alceste

 


Alceste, per chi non lo conoscesse è lo pseudonimo sotto il quale si cela l'autore di un blog di rara ricchezza, che consiglio di esplorare a fondo. Quantomeno, prima di leggere la mia risposta, è necessario avere letto il post in questione.

Il mio commento:

 

Leggo, e quasi ogni frase risuona in me col sapore della conferma. Spesso so, quasi sempre sento, le stesse note. Talvolta, sebbene in stile meno nobile, già le ho anche io scritte. Nondimeno mi è utile leggerlo e rileggerlo, pertanto innanzitutto: grazie!

Un'unica nota sento stonata. Non perché in sé scorretta, solo che la sua esecuzione conduce - almeno me - su sentieri invasi dai rovi. A poco servirebbe percorrere col pennato solchi oramai non più battuti, poiché tali sono divenuti avendo da tempo disilluso molti viaggiatori. Tra cui me.

Parlerò più chiaramente: il mondo delle attuali illusioni dilaganti, dei social, degli spettacoli politico-sociali, dello scientismo dalla dignità epistemologica di una telenovella sudamericana, e quant'altro abbiamo sotto gli occhi, ha preso il sopravvento sulla vita, perché essa era da tempo sentita vuota. Ricordo gli anni della mia gioventù adolescenziale alla frenetica ricerca di un'ancora di salvezza dal Nulla che avanza. Ma come fronteggiarlo questo Nulla se già allora valori, ideologie, prassi e consuetudini dominanti avevano il sapore della menzogna?

Sia chiaro, negli anni anche io ho sviluppato la convinzione che la verità non rende liberi (come leggo in un post precedente) e che le menzogne guidano le esistenze. In verità credo che la distinzione tra una menzogna e l'altra più che ontologica sia estetica, il che non sarebbe certo ridurla a un piano meno rilevante, tutt'altro! Il vero problema dell'attuale messinscena è proprio che è esteticamente misera e deprimente quasi più della verità (che almeno ha il merito di essere tale...). L'etica soggiacente al lamento di Iperione sarà forse altrettanto mendace della narrazione televisiva, ma quanta bellezza! Non è forse per la bellezza, di un'ideale, di una terra, di una donna, che si muore felici da eroi? La verità non rende liberi, no, anzi, è piuttosto deprimente. La bellezza, se forse non esattamente liberi, certamente rende felici. Il problema tuttavia è che non si è davvero nella condizione di aderire o meno a una narrazione, poiché perché essa risuoni pienamente in noi bisogna esserci nati ed esserci vissuti comodamente almeno per un po' o, altrimenti, occorre esservi condotti dal fiume in piena della maggioranza o, infine, averla conquistata, con la stessa fatica con cui si scala una montagna.

Lo descrisse meravigliosamente Jung confrontando il destino di un cristiano protestante, solo davanti al deserto (privo anche del credo nell'infallibilità papale sotto il quale un cattolico dei primi del Novecento poteva ancora proteggersi), e  le convinzioni dei Pueblo, una popolazione amerinda. Questi ultimi si ritengono (si ritenevano? esistono ancora? non saprei...) figli del Sole e esecutori ogni mattina e ogni sera di rituali imprescindibili al suo sorgere e al suo tramontare. Il capo tribù con cui Jung riferisce di avere parlato è preoccupato che, se i missionari cristiani convertiranno ancora altri del suo popolo, non ne resterà a sufficienza a eseguire i rituali e il Sole cesserà di sorgere e tramontare. Forse - prosegue Jung - persistere in questa convinzione, ai nostri occhi così bislacca, può sembrarci una forma di pazzia, eppure, proviamo a pensare alla qualità della vita derivante dal credersi figli del Sole e a lui indispensabili o credersi esseri inutili in un mondo generato dal caso e altrettanto inutile: chi dei due vive meglio? Chi vorremmo essere? Ma la scelta non sussiste, un occidentale non può davvero scegliere di credere nella narrazione dei Pueblo, per quanto si impegni non potrebbe mai riuscirci davvero. Chi non è nato sotto una narrazione tanto felice non ha che tre possibilità: adottare passivamente le nuove narrazioni collettive luciferine; cercare tra i resti delle narrazioni tradizionali che anche qui da noi un tempo esistevano; o affrontare da solo (o al più, se fortunato, con qualche raro compagno di viaggio) il deserto.

Chi però - come me - già decenni fa sentiva false e mendaci le narrazioni tradizionali (religiose, politiche o sociali che fossero) è forse reo di avere sostenuto quel mondo artificiale che oggi vuole essere l'unico e che un tempo adescava noi poveri ingenui offrendoci quelle (briciole di) libertà che là fuori già allora non trovavamo, ma che possibilità ha oggi di tornare a quella narrazione che già anni fa lo aveva disilluso? Nella "vera vita" già mi sentivo un alieno, poiché già allora non mi pareva per niente "vera" e ben poco "vita". Sebbene fosse "una principiante" rispetto ai livelli oggi raggiunti, già allora la vedevo di "qualità" esteticamente povera, un b-movie, forse rivalutabile in virtù dell'ancor più mediocre produzione successiva, non certo per meriti solo tardivamente riconosciuti. Eccomi, pertanto ancora qui, nel deserto, spesso solo, talvolta con poveri fessi o con menti brillanti (come su una circonferenza, gli estremi tendono a congiungersi), a cercare una Salvezza nella quale possa davvero militare a tempo indeterminato e non solo quel tanto che basta a rendermene manifesta la vacuità, per quanto tenti di tapparmi il naso. Anche questo (per me prezioso) scambio, a ben vedere è nel virtuale: non ci siamo mai visti né conosciuti. Tuttavia esprimendomi così col mio vicino di casa riuscirei unicamente a confermargli la sua opinione che io sia un tipo assai strano e pericoloso.

Questa è la verità, deprimente appunto, e forse oggi, dopo decenni di strenua difesa della verità, mi presterei anche a saltare sul carro di una qualche narrazione menzognera, purché non al livello qualitativo dell'attuale telenovella, ancor più scadente di quelle che da anni ci propinano. Leggo, altrove, in questo blog, "di farsi colonna del tempio in rovina", espressione poetica di quanto ho già pensato e descritto in prosa, e davvero ringrazio per questo attimo di bellezza. Ma dove trovarla però nella vita vera? Un tempo sopravviveva (e già era da sola insufficiente a vivere bene) in un sorriso, in una stratta di mano. Oggi la mano mi viene negata, il sorriso degli altri, sempre ammesso che ci sia, è coperto da bavagli-simbolo, e il mio a tale spettacolo sempre più fatica a sussistere. Paradossale che senta più vicino chi gestisce un blog, autore di parole oggi purtroppo di rara bellezza, che il prossimo incontrato per strada. Eppure la prima vicinanza sussiste unicamente grazie al virtuale; la seconda lontananza è aumentata dalla digitalizzazione del mondo ma, a ben vedere, esisteva almeno dai tempi della mia nascita....


24 dic 2020

Il Flauto Incantato

 


Auguri di Buone Feste con un breve video di animazione realizzato con l'amica disegnatrice Alice.
Se ti piace aiutaci a diffonderlo, inoltra ai tuoi amici questo link: https://www.youtube.com/watch?v=alCU2DyuHJc

24 nov 2020

Un gioco paradossale


 Questo è un gioco mentale. Come i disegni che nascono dall'unire i puntini numerati, proverò a tratteggiare l'immagine risultante dalla congiunzione di più teorie. Non è questa la sede per valutare le teorie in questione. L'ho scritto, questo è un gioco. La regola è di assumere per vere tutte le teorie elencate. Certo, il sapore del gioco sarà diverso per chi ritiene tali teorie corrispondenti a realtà o per chi le liquida come stupidaggini. Anche questo fa parte del gioco.

Iniziamo dal 1° punto/teoria: la storia, quantomeno quella degli ultimi secoli, è stata determinata dal volere di ristrette élite di potere che l'hanno influenzata, manipolata e sfruttata come mezzo per plasmare gradualmente la forma delle società nella direzione da esse desiderata. Tutta la storia, compresi eventi macroscopici come le due Guerre Mondiali sarebbero state orchestrate a tal fine, indirizzando ad arte le "decisioni" dei leader mondiali.

2° punto/teoria: i piani di suddette élite rispecchierebbero i desideri di entità demoniache cui i potenti, novelli Faust, sarebbero asserviti in cambio del potere temporale loro derivante dall'esserne i fautori, allo scopo di imprigionare l'umanità in una dimensione sempre più materialista e anticristica.

3° punto/teoria: anche tale obiettivo sarebbe tuttavia inserito in un più ampio disegno spirituale nel quale "l'avversario" (Satana) avrebbe la sua necessaria funzione ai fini del risveglio individuale e dell'intera umanità. L'esistenza terrena sarebbe una sorta di "palestra" per la consapevolezza e, si sa, nessun allenamento è fruttifero in assenza di sforzi.

4° punto/teoria: la pericolosità dell'epidemia di COVID-19 sarebbe stata amplificata oltremisura dai media mondiali, affinché i governi di tutto il mondo potessero prenderla a pretesto per introdurre misure dittatoriali (limitare la libertà di espressione, di riunione e di spostamento, violare la libertà di scelta terapeutica) volte a un Grande Reset (distruzione delle economie, digitalizzazione della società e creazione delle infrastrutture a essa necessarie, eliminazione delle valute contanti, ecc...) funzionale alla creazione di un Nuovo Ordine Mondiale.

Unendo i puntini l'ultima teoria si collegherebbe a tutte le precedenti e formerebbe in tal modo l'immagine della situazione attuale. Chiaramente a patto che le teorie siano fondate. Ma questo è un gioco e la regola prevede di assumerle per vere. La prospettiva al punto quattro è certamente terrificante, soprattutto se vista come l'attuazione dei primi due punti e perfino avendo fede nel terzo punto.

Tuttavia, osservando l'immagine e rapportandola con "istantanee" ricavate in modo analogo in altri momenti storici, come ad esempio la Seconda Guerra Mondiale, emerge una considerazione. Di guerra, in trincea o sotto i bombardamenti che sia, si muore ben più facilmente che di COVID, e le conseguenze economiche, mediche e psicologiche per una popolazione in guerra sono ben più traumatiche di quelle - non per questo da sminuire - derivanti dalle misure globalmente oggi intraprese.

Se, in questo gioco, si può dire che entrambi siano eventi orchestrati ai fini esposti, non si può tuttavia dire che l'intensità sia la stessa. A fronte del tangibile pericolo di una pallottola in battaglia o di una bomba sganciata dal cielo, oggi i "mostri" hanno altra consistenza. Come i cattivi di un fumetto di cui ho già scritto, appaiono più illusori: il velo di maya è più sottile.

Qui il paradosso: se tutto ciò è parte di un piano più ampio, in ultima analisi inevitabile, in quanto "palestra" spirituale, in quanto intento di superiori entità demoniache, in quanto programma di potentissime élite, beh, se è così, in fondo non c'è andata così male che a tal fine siano queste le difficoltà in essere. Non sarà che in fondo le "forze del male" vadano pure ringraziate per propinarci un allenamento soft?

23 nov 2020

Tra scienza e scientismo - in edicola

 

Originariamente pubblicato qui.

Nel numero 101 della rivista mensile l’Altra Medicina è presente un mio articolo dal titolo Tra scienza e scientismo, nel quale introduco ai principi di epistemologia necessari a distinguera la prima dal secondo.

Nei tempi attuali, nei quali la scienza sempre più sostituisce la politica nel governo della società, diventa essenziale imparare a discriminare tra conoscenze realmente scientifiche e affermazioni che sebbene si dichiarino scientifiche mancano dei presupposti per esserlo realmente.

Il resto, in edicola…

18 nov 2020

Educare alla libertà

vignetta di Alice Lazzari – il Regno dell’Ongheu

Originariamente pubblicato qui.

Fairy tales do not give the child his first idea of bogey.
What fairy tales give the child is his first clear idea of the possible defeat of bogey”

Gilbert Keith Chesterton

Chi non si è mai interrogato su cosa lascerà ai propri figli? Che beni materiali, forse, ma anche che ambiente, che società e, sopratutto, che capacità di muoversi in essa, che educazione, che istruzione e che formazione riceveranno. Come è noto “educare” deriva dal latino educere, “tirare fuori”; “istruire” condivide con “costruire” la sua radice etimologica, struĕre, cioè “disporre del materiale” in- “dentro”; infine “formare” è dare una forma. L’educazione può essere “buona”, ma anche “cattiva”, giacché entrambe giacciono in nuce negli animi umani ed entrambe possono essere attivate. L’istruzione può introdurre nozioni e informazioni corrette o errate. La formazione può modellare gli adulti che desidereremmo, oppure no. I termini, e i processi che designano, non sono in sé validi a prescindere da quali siano i valori di riferimento che guidano l’intero percorso, pertanto tali valori non possono essere dati per scontati né liquidati con frasi fatte di circostanza. Prima di affrontare la questione occorre tuttavia osservare che ciò che viene deliberatamente insegnato (dal latino in-, “dentro”, e signare, “imprimere un segno”) non costituisce l’insieme di quanto è appreso. Non solo perché solo una parte del programma del corso sarà effettivamente appresa, ma anche perché saranno appresi anche alcuni aspetti (come abitudini, stili di comportamento e molto altro) che non solo non fanno parte del programma ma non necessariamente sono consapevoli agli stessi insegnanti.

A parte i comportamenti istintivi, per definizione, innati, rigidi, codificati – e nella nostra specie poco presenti – ogni altro comportamento deve essere appreso e numerosi sono i possibili meccanismi di apprendimento, oggetto di studio della pedagogia, ma anche dell’etologia e della psicologia. In alcune specie animali l’imprinting è una prima forma di apprendimento; in molte specie il gioco tra i cuccioli è una vera e propria scuola; un comportamento può essere attivato dall’associazione con uno stimolo (condizionamento pavloviano); può essere indotto tramite rinforzo (condizionamento operante); può plasmarsi osservando il comportamento di altri (apprendimento vicario). Tali dinamiche possono essere sfruttate con deliberata crudeltà, come nel celebre caso del piccolo Albert, un bambino di pochi mesi che lo psicologo John B. Watson (1920) condizionò ad avere paura dei topi e, per successiva generalizzazione anche di altri animali di cui precedentemente non aveva alcun timore. Spesso tuttavia i bambini apprendono da comportamenti non a ciò finalizzati, ad esempio osservando un adulto aggressivo e violento con altri, o anche solo nei confronti di una bambola, come mostrano gli esperimenti dello psicologo Albert Bandura (1961). Naturalmente al di fuori di un ambiente sperimentale le influenze sono molteplici e le traiettorie di sviluppo complesse e articolate. Eppure, che se ne sia consapevoli o meno, critiche, elogi, o esempi offerti da parte di persone significative, contribuiscono alla formazione del futuro adulto quanto, se non più, il programma di studi seguito. Nostra responsabilità è tenerlo a mente e interrogarci spesso su quali siano i valori di riferimento nostri e della nostra società e se i nostri esempi e i nostri insegnamenti siano ad essi coerenti, poiché diversamente, quali che siano le intenzioni, non saranno i valori sperati ad essere trasmessi.

Tra i valori fondanti della democrazia, c’è certamente la libertà individuale, vero elemento di differenziazione dalle dittature. Nondimeno rimane di difficile individuazione dove inizi e dove finisca la libertà di ognuno, cosa impedisca a una democrazia di sconfinare nel Far West o, viceversa, permettere che nelle vesti solo apparenti di democrazia si nasconda un totalitarismo. La risposta consueta è che alla libertà deve affiancarsi il senso civico. Vero. Sebbene si rischi di traslare la questione: in cosa consiste il senso civico? Cosa ci impedisce di proiettare su di esso unicamente i nostri interessi o, viceversa, di intenderlo come mera obbedienza all’autorità. Poiché nel primo caso ci troviamo nuovamente nel Far West e nel secondo a rischio di dittatura. Questo secondo aspetto potrebbe tuttavia non essere chiaro se non si riflette che, ad esempio, gli orrori della Seconda Guerra Mondiale non sarebbero stati possibili se i soldati e i cittadini non avessero obbedito a ordini crudeli. In un breve pamphlet, L’obbedienza non è più una virtù, per Don Lorenzo Milani (1965), in un’epoca in cui la semplice pressione di un pulsante può sganciare una bomba, l’avere ricevuto tale ordine non pulisce la coscienza dell’esecutore che obbedendo ha provocato centinaia o anche migliaia di morti. La “Banalità del male” (Arendt, 1963) di chi stava solo “facendo il suo dovere” ha reso possibile l’Olocausto. Pochi anni prima, sempre in Germania, con la compiacenza della popolazione fiduciosa nei principi eugenetici, allora ritenuti scientifici (non solo in Germania), la comunità medica ha obbedito al programma conosciuto come Aktion T4 (Breggin, 1993). Il personale sanitario tedesco ha consapevolmente sterminato decine migliaia di “Lebensunwerten Lebens” (Vite indegne di essere vissute): malati mentali, portatori di gravi handicap, affetti da malattie incurabili, bambini nati deformi. Tutti crimini contro l’umanità compiuti da onesti cittadini, da soldati disciplinati, da medici e infermieri acriticamente aderenti alla visione dominante e obbedienti agli ordini ricevuti. No, il senso civico non può essere un valore di riferimento sufficiente, a meno che non sia costantemente accompagnato da un sano senso critico.

Forse i valori sottostanti a una vera democrazia possono riassumersi in: libertà, senso civico e senso critico. Può darsi che approfondendo l’analisi si incontrerebbe anche altri aspetti, possibile, ma dubito che libertà, senso civico e senso critico potrebbero non risultare “ingredienti” essenziali. Riprendendo il fulcro del discorso la domanda è quindi, con il nostro esempio, e non solo con le affermazioni o le intenzioni, che abbiamo visto non essere sufficienti, come individui e come società, stiamo formando le future generazioni a questi valori? Poiché se così non fosse cosa può impedire alla storia di ripetersi? Noi, figli o nipoti di una generazione che per riaffermare il valore della libertà, avendo provato sulla propria pelle gli orrori che possono derivare dalla sua assenza, è stata pronta a morire, che priorità mostriamo ai nostri figli o nipoti di riservare a tale valore? Insegniamo alle prossime generazioni la mera obbedienza o il costante esercizio del senso critico come antidoto a nuovi e indesiderati genocidi guidati dalle autorità del momento? A livello di società la risposta a questi quesiti spetterà forse agli storici del futuro. A livello individuale però rispondere spetta a ognuno di noi, ogni giorno, davanti allo specchio, guardandoci dritti negli occhi.

Riferimenti bibliografici

Arendt, H. (1963). Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil. New York: Viking Press.

Bandura, A., Ross, D., Ross, S. A. (1961). Transmission of aggression through the imitation of aggressive models. Journal of Abnormal and Social Psychology, 63 (3), 575–582

Breggin, P. (1993). Psychiatry’s Role in the Holocaust. International Journal of Risk & Safety in Medicine, 4 (2): 133–48.

Milani, L. (1965). L’obbedienza non è più una virtù. Firenze: Libreria Editrice Fiorentina.

Watson, J., B. & Rayner, R. (1920). Conditioned emotional reactions. Journal of Experimental Psychology, 3(1), 1-14.

16 ott 2020

La consapevolezza come antidoto ai condizionamenti dei social media

 

vignetta di Alice Lazzari – il Regno dell’Ongheu

Originariamente pubblicato qui.

To become different from what we are,
we must have some awareness of what we are”

Eric Hoffer

Nell’odierna società informatica siamo sopraffatti da un’enorme mole di notizie, informazioni e contenuti digitali. In un tale contesto mantenere l’autonomia di giudizio può essere più complesso di quanto sembri. Non solo nei casi in cui siano ipotizzabili deliberati tentativi di manipolazioni dell’opinione pubblica (Tangocci, 2020), ma perfino in occasione del quotidiano uso dei cosiddetti “social media”, o “social network”. Il presente articolo intende esplorare, in una prima parte basata sul documentario “The social Dilemma”, le influenze che tali piattaforme hanno sui loro membri e, in una seconda parte, proporre la peculiare accezione di “consapevolezza”, che verrà delineata nel corso del testo, come antidoto a tali condizionamenti.

The Social Dilemma

“The social Dilemma” è il titolo di un recente film documentario (Orlowski, 2020) basato sulle dichiarazioni di esponenti di primo piano del mondo dei social media, come l’ethical designer Tristan Harris e Aza Raskin, fondatori del Center for Humane Technology e ex collaboratori, rispettivamente, Harris di Google, e Raskin di Mozilla; Justin Rosenstein ideatore del pulsante “mi piace” di Facebook; l’ex presidente di Pinterest Tim Kendall; e esperti come Shoshana Zuboff, professoressa di psicologia sociale alla Harvard University, o la psichiatra Anna Lembke, specialista in dipendenze alla Stanford University. Le testimonianze riportate delineano un panorama che può sinteticamente essere riassunto nei seguenti punti:

  • Mentre nei primi decenni di vita le aziende dell’high tech vendevano i loro software agli utenti, da alcuni anni i giganti della Silicon Valley vendono l’attenzione dei loro utenti agli inserzionisti, che sono pertanto diventati i veri clienti di aziende come Facebook, Google, Twitter, o simili. Pertanto, poiché ad essere oggetto di vendita, e quindi fonte di guadagno, è il tempo trascorso dagli utenti sulle piattaforme, ogni azienda è in competizione per aumentarlo il più possibile, anche a costo del benessere dell’utilizzatore del servizio, non protetto da normative a riguardo.
  • Rispetto alla tradizionale vendita dell’attenzione dello spettatore all’inserzionista, tipica dei media convenzionali, le piattaforme social consentono la vendita di un’attenzione selezionata. Infatti tali aziende, oltre che dell’attenzione dell’utente, dispongono anche di enormi quantità di dati su di lui (i cosiddetti big data: preferenze, amicizie, opinioni, stati emotivi, tempo dedicato a ogni immagine, post, argomento, ecc…), utili a generare automaticamente degli accurati modelli predittivi su quale stimolo riceverà il suo interesse. La credenza che le aziende vendano i nostri dati non corrisponderebbe quindi a realtà, poiché è interesse delle aziende tenersi stretti i dati raccolti e utilizzarli per generare una profilazione dell’utente migliore di quella disponibile alla concorrenza, così da ottenere modelli predittivi più affidabili.
  • Il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza” (Zuboff, 2019) offre all’utente dei servizi apparentemente gratuiti, visto che non è richiesto un pagamento in denaro, giacché il profitto per l’azienda deriva dal monitoraggio dei dati dell’utilizzatore, spesso di ciò inconsapevole. Infatti ogni singola attività online viene osservata, tracciata, misurata, monitorata e registrata. Incrociando elementi apparentemente innocui come l’orario di apertura di un sito, il tempo di osservazione di una foto, la permanenza sul profilo di una persona, per non parlare dei nostri stessi post e dei commenti a quelli altrui, è possibile tracciare profili ben più dettagliati di quanto sia mai stato storicamente possibile.
  • Disporre per ogni singolo utente di modelli predittivi altamente affidabili consente di mostrargli contenuti personalizzati, ad esempio, per ottimizzare la ricezione di un messaggio pubblicitario. Tuttavia la personalizzazione non si limita alla scelta di quali inserzioni mostrare, ma concerne l’intera selezione dell’esperienza social dell’utente, quali contenuti mostrare per primi o con maggiore frequenza, quali rendere invece difficilmente accessibili. In tal modo il meccanismo è in grado di alterare la percezione delle “realtà” dell’utente, permettendo, ad esempio, di rafforzare divergenze preesistenti tra opposte fazioni, ma anche di crearne di nuove. Un drammatico esempio è offerto dalle persecuzioni verso la minoranza Rohingya in Myanmar a seguito di notizie false postate su Facebook dai militari del regime birmano (Whitten-Woodring et al., 2020).
  • In luoghi come lo Stanford Persuasive Technology Lab (captology.stanford.edu), intere generazioni di tecnici sono formate a sfruttare le vulnerabilità della mente umana per sviluppare aspetti informatici, come specifici design, in grado di modificare il comportamento delle persone. Ad esempio, sfruttando tecniche di condizionamento tramite rinforzo intermittente, lo stesso principio sul quale si basa la dipendenza da slot machine. Esiste una disciplina, chiamata growth hacking, che si occupa di strategie per far crescere un’azienda, un sito, una piattaforma, aumentandone le iscrizioni, il coinvolgimento, la condivisione. Tra i suoi metodi più tipici vi sono i cosiddetti test A/B scientifici, ovvero dei test di preferenza eseguiti mostrando opzioni diverse a due gruppi di utenti e osservandone la reazione. Col sommarsi di miriadi di piccoli esperimenti è possibile sviluppare il modo ottimale per far fare ai soggetti quanto desiderato. Nel documentario, Shoshana Zuboff afferma che da simili esperimenti aziende come Facebook o Google hanno concluso di poter influenzare i comportamenti e le emozioni nel mondo reale senza mai allertare la consapevolezza degli utenti.
  • Queste piattaforme non sono strumenti, poiché uno strumento semplicemente attende di essere utilizzato, mentre in questo caso sono in campo sofisticatissime strategie per sviluppare dipendenza e indurre alle reazioni desiderate. Degli algoritmi calcolano cosa mostrare all’utente al fine di ottimizzare i tre principali obiettivi aziendali: massimizzare il coinvolgimento per aumentare la permanenza sulla piattaforma, coinvolgere più persone possibili, aumentare la vendita di pubblicità. Si tratta di programmi di intelligenza artificiale basati su apprendimento automatico che diventano sempre più abili nel raggiungere tali obiettivi. Sono in corso ampi dibattiti su quando l’IA diverrà più intelligente dell’uomo e, sostituendolo al lavoro controllerà il mondo; sfugge tuttavia che c’è un momento che arriva prima, quello in cui la tecnologia supera e sconfigge le debolezze umane, quel momento è già arrivato, l’intelligenza artificiale sta sta già controllando il mondo oggi. Perfino gli intervistati riportano che, pur conoscendo tali meccanismi, non sono stati capaci di sottrarvisi, poiché esattamente come delle droghe i social stimolano il rilascio della dopamina nel circuito di gratificazione.
  • Il sistema è talmente potente da giungere a intaccare lo stesso senso di identità e di autostima. Per i membri della nostra specie, in quanto animali sociali, è importante l’opinione degli altri, pertanto ci siamo evoluti per preoccuparcene, ma non siamo preparati a preoccuparci dell’opinione di migliaia di persone, né ad assumere una dose di approvazione sociale ogni pochi minuti, tramite “mi piace”, cuoricini o altro. Tali gratificazioni lasciano presto con un senso di vuoto che induce alla dipendenza, e favorisce depressioni, ansie e insicurezze. Esiste perfino una cosiddetta “dismorfia da Snapchat” che induce chi ne è affetto a richiedere operazioni di chirurgia estetica per assomigliare all’immagine di sé alterata dai filtri dei social media.
  • Inoltre, secondo uno studio del MIT (Vosoughi et al., 2018) le notizie false si diffondono più velocemente di quelle vere, aspetto che le renderebbe preferibili ai suddetti algoritmi volti a ottimizzare la visualizzazioni. Ma la questione non può essere meramente commerciale poiché abbiamo visto che tali visualizzazioni sono in grado di modificare la realtà sociale. Per questo il problema riguarda tutti, non solo chi utilizza i social media. Come già visto in Myanmar il sistema può essere impiegato da persone senza scrupoli per innescare i cambiamenti desiderati. Le stesse democrazie sono a rischio di svilirsi in dittature digitali non riconosciute come tali, ed è ingenuo pensare che degli organismi di controllo possano arginare tale rischio, poiché non si capisce cosa, e come, potrebbe essere in grado di preservare da analoga contaminazione i membri degli stessi organismi di controllo.
    Nelle parole di Tristan Harris, “Questa è l’ultima generazione di persone che sanno com’era prima che si verificasse questa illusione. Come fai a svegliarti da Matrix se non sai di starci dentro?”.

Cos’è la consapevolezza?

“Consapevolezza” è tra quei termini di uso comune, e pertanto apparentemente ben conosciuti, che si mostrano ricchi di accezioni di significato ben diverse tra loro non appena si tenta di definire il concetto con la precisione necessaria a una sua disamina. Lo stimato linguista Giacomo Devoto (1968) ci riporta che “consapevole”, da cui “consapevolezza”, deriva dall’unione del prefisso “con-”, con valore rafforzativo (diversamente da chi gli attribuisce valore di compagnia), “sapere” e il suffisso “-evole”, con valore attivo, ottenendo dunque la “qualità di colui che consà”, ovvero che “sa in modo rafforzato”, più profondo. Anche così definito tuttavia il termine si sovrappone in parte a alcuni dei significati propri del termine “coscienza” e i confini sono spesso lasciati alla sensibilità dei singoli autori.

Sul termine “coscienza” ho approfondito nella seconda parte di un mio articolo (Tangocci, 2019) i diversi significati che può assumere in psicologia. Un’analoga classificazione dei significati riferibili a “consapevolezza” sarebbe tuttavia complicata, sia dalla sovrapposizione in italiano con alcune delle accezioni di “coscienza” riportate nel suddetto articolo, sia dalla non diretta corrispondenza di “consapevolezza” e “coscienza” con “consciousness” e “awareness”, confusione aggravata dal termine “mindfulness”, talvolta anche esso tradotto con “consapevolezza” senza riferirsi adeguatamente alle sfumature di significato derivabili dall’omonima tecnica. Inoltre non mi risulta che in psicologia esistano rigorose definizioni del concetto, talvolta utilizzato per indicare la consapevolezza percettiva, o la consapevolezza di una specifica situazione, talaltra mutuato tout court, e con tutte le ambivalenze del caso, da tradizioni esoteriche, filosofiche o religiose.

Un panorama quindi complesso, che non mi è qui possibile dipanare oltre. Nondimeno ritengo che questa rapida esplorazione sia stata necessaria a chiarire che il termine può evocare significati tra loro molto diversi, e distinguerli dalla specifica accezione di consapevolezza che attribuirò al termine nel proseguo del testo: la consapevolezza di non essere abitualmente presenti alle dinamiche in atto tra noi e gli altri, e in tal modo di essere facilmente condizionabili da eventuali tentativi di manipolazione, ivi compresi quelli dei social media.

La consapevolezza di non essere consapevoli

Come è noto, Socrate affermava di non sapere, e grazie a ciò l’Oracolo di Delfi lo proclamò il più saggio di tutti gli uomini. Similmente intendo delineare il concetto di “essere consapevoli di non essere consapevoli”, centrale in alcuni percorsi di lavoro su di sé, tra cui in special modo quello proposto dal mistico greco-armeno Georges Ivanovič Gurdjieff. Nella psicologia, concetti affini, sebbene per lo più espressi con termini diversi, sono riscontrabili soprattutto nel lavoro di Carl Gustav Jung, o in quello di Roberto Assagioli e, più recentemente, nelle opere di Ken Wilber. Non sono invece a conoscenza di alcun interesse scientifico alla definizione del costrutto e alla sua operazionalizzazione, né pertanto di studi a riguardo. Forse perché la moderna hybris non tollera l’ipotesi che in quanto homo sapiens sapiens potremmo non essere consapevoli, né ha pertanto interesse a un tale studio.

Nel lavoro di Gurdjieff invece, rendersi conto di non essere presenti a se stessi è la condicio sine qua non affinché chiunque possa lavorare per ottenere quello he lui chiama il “ricordo di sé”. Diversamente, chi mai si impegnerebbe in un lavoro lungo, faticoso e senza garanzie di successo, nella speranza di ottenere qualcosa che già ritiene di avere? Gurdjieff in distinti periodi della sua vita formula diversi percorsi, a suo stesso dire non suoi ma ripresi da insegnamenti tradizionali, così schematicamente riassumibili: l’osservazione di sé, l’esecuzione di specifiche danze, la lettura di libri appositamente scritti per suscitare determinate reazioni emotive. Questi metodi “essoterici” ci viene riferito fossero affiancati da insegnamenti esoterici che, in quanto tali, erano tramandati unicamente a determinati discepoli e non ci sono pertanto noti.

Ad ogni modo, ai fini di questo lavoro è di interesse il primo percorso, esposto nel diario della sua esperienza con Gurdjieff dal filosofo Pëtr Dem’janovič Ouspensky (1947), poiché presenta ipotesi psicologiche che, per quanto originali, hanno affinità sia con quelle di Jung che con riflessioni e ipotesi di altri autori. In estrema sintesi, l’uomo vivrebbe abitualmente in una sorta di sogno a occhi aperti, nel quale sarebbe guidato da automatismi dei quali non è consapevole, e avrebbe l’illusione di essere un tutt’uno, benché in realtà composto da più “io” che si alternano al controllo dei centri psichici (principalmente, il centro intellettuale, il centro emozionale e il centro fisico o motorio) che per lo più lavorerebbero in modo improprio e disarmonico. Per prevenire l’angoscia derivante dalla consapevolezza di un’esistenza tanto misera, saremmo dotati di protezioni, da lui chiamate “respingenti” o “ammortizzatori”, che usualmente ci impedirebbero di vederci per come realmente siamo (se rimossi tutti insieme, secondo Gurdjieff, impazziremmo, motivo per cui è necessario un percorso di rimozione graduale).

L’esposizione del raffinato pensiero di Gurdjieff meriterebbe maggiore approfondimento, tuttavia, quantomeno a chi ha famigliarità col pensiero di Jung, già questi pochi elementi possono suggerire delle analogie. Per Jung, gli antagonisti dell’io sono i cosiddetti “complessi a tonalità affettiva”, che elicitano risposte automatiche, sovente inconsapevoli e indesiderate; la nostra visione della realtà è filtrata dalla personale dimestichezza con ogni funzione psichica (pensiero, sentimento, intuizione, sensazione); e l’individuazione, ovvero il percorso che porta a diventare individui, passa dalla consapevole integrazione. Nelle sue parole: “La psicologia sa che si possono rendere innocue o perlomeno tenere in scacco certe pericolose forze inconsce, quando l’individuo riesca a renderle consce, cioè ad assimilarle mediante un processo di comprensione e a integrarle nella totalità della personalità.” (Jung, 1945, p.52). Mentre il concetto di “respingenti” trova una sua analogia nei “meccanismi di difesa”, trasversali a tutta la psicoanalisi. Ma per chi lo conosce il pensiero di Gurdjieff trova affinità anche in altri ambiti della psicologia, ogniqualvolta si occupa di azioni non consapevoli (Tangocci, 2019).

Conclusioni

Nei confronti delle moderne forme di manipolazione mediate dai social network, vista la deliberatamente induzione di dipendenza, ancor più che nel difendersi da ogni altra forma di manipolazione, il primo indispensabile passo è riconoscere l’esistenza del rischio e del non esserne immuni. Le testimonianze, riportate nel documentario The Social Dilemma, affermano chiaramente che neppure conoscere il funzionamento di tali meccanismi, al punto di averli personalmente progettati, protegge dal subirne gli effetti. Come nei confronti di una sostanza d’abuso, un conto è sapere che fa male (quale fumatore non sa che fumare fa male?), un altro è comprendere che fa male, e pertanto evitare, smettere, o quantomeno limitare l’uso. Credere che quanto esposto sia un’esagerazione, o che comunque non riguardi noi, ma solo altri più ingenui che si lasciano facilmente abbindolare da tali dinamiche, è la corsia preferenziale per diventare noi per primi facilmente manipolabili.

Ma questo non è che l’inizio del percorso, poiché diversamente da una sostanza di abuso che può essere più o meno facilmente evitata, la tecnologia oggigiorno è difficilmente evitabile, e spesso non lo sono neppure i social network, di cui alcuni abbisognano anche per uso professionale, oltre che per la gestione della vita sociale, che è tristemente sempre più spostata online. Tra i principali consigli che gli stessi operatori della Silicon Valley rispettano strettamente, come testimoniato anche dal documentario, c’è l’evitare che tali tecnologie siano accessibili ai bambini e limitarle agli adolescenti. Ma ciò non è certo possibile se gli adulti non prendono consapevolezza dei rischi e, per primi, riducono drasticamente il tempo trascorso su queste piattaforme. A tal fine è necessario che la permanenza stessa sia sempre attenta e critica, consapevole del desiderio di gratificazione e del conseguente rischio di modificcare il proprio comportamento per ottenerla, e che, nei limiti del possibile, si sottoponga a verifica ogni contenuto, a prescindere da quanto la fonte sia o meno ritenuta affidabile e/o in linea con la propria visione del mondo.

Sull’importanza di sviluppare un pensiero autonomo, da qualunque fonte, vorrei concludere con le parole di Jung tratte dal suo saggio “Commenti sulla storia contemporanea”, nel quale esplora come sia stato possibile che “il popolo più industrioso, efficiente e intelligente d’Europa [sia caduto] in uno stato mentale delirante”, ovvero nei crimini del Nazismo:

si resta talmente impressionati dalla forza di suggestione della retorica da megafono che si è inclini a ritenere di poter utilizzare anche per uno scopo buono questi mezzi cattivi, vale a dire l’ipnosi di massa mediante appelli ‘infuocati’, parole ‘energiche’, o sermoni capaci di toccare i cuori. […] devo tuttavia ribadire che la persuasione delle masse in vista di un fine che si considera un bene compromette il fine stesso, poiché in fondo non è altro che propaganda psicologica, la cui efficacia si affievolirà nuovamente alla prima occasione. Gli innumerevoli discorsi e articoli sul ‘rinnovamento’ sono inefficaci, si risolvono in un chiacchiericcio che non fa male a nessuno e che annoia tutti quanti. Affinché si muti l’intera realtà deve prima mutare l’individuo singolo. Il bene è un dono e un’acquisizione individuale; in quanto suggestione di massa è una mera ubriacatura che non ha mai avuto valore di virtù. Il bene può essere raggiunto solo dal singolo come sua prestazione individuale. Non c’è massa che possa farlo per lui. Il male invece richiede una massa per nascere e continuare a esistere. (Jung, 1945, pp. 52-53).

Riferimenti bibliografici

Devoto, G. (1966). Avviamento alla etimologia italiana. Firenze: Le Monnier.

Jung, C. G. (1945). Il concetto di inconscio collettivo. tr. it. (1986) Opere, vol. 10/2. Torino: Bollati Boringhieri.

Orlowski, J. (2020). The Social Dilemma [Film]. Netflix.

Ouspensky, P., D. (1947). In Search of the Miraculous: Fragments of an Unknown Teaching. London: Routledge, 1947.

Tangocci, B. (2019). Inconsci e coscienza: un confronto tra distinte prospettive psicologiche. State of Mind. https://www.stateofmind.it/2019/09/inconscio-coscienza-psicologia/

Tangocci, B. (2020). La manipolazione dell’informazione ai tempi del Coronavirus. Piesse (www.rivistapiesse.it) 6 (9-1). https://rivistapiesse.it/store/articoli/Tangocci_manipolazione.pdf

Vosoughi, S., Roy, D., & Aral, S. (2018). The spread of true and false news online. Science, 359(6380), 1146–1151. https://doi.org/10.1126/science.aap9559

Whitten-Woodring, J., Kleinberg, M. S., Thawnghmung, A., & Thitsar, M. T. (2020). Poison If You Don’t Know How to Use It: Facebook, Democracy, and Human Rights in Myanmar. The International Journal of Press/Politics, 25(3), 407–425. https://doi.org/10.1177/1940161220919666

Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. New York: PublicAffairs.